venerdì 8 dicembre 2017

Caravaggio a S. Luigi dei Francesi: il martirio di San Matteo

Abbiamo sintetizzato qui le vicende connesse alla creazione della cappella Contarelli e parlato del primo capolavoro, la Vocazione di San Matteo.
E' il caso di approfondire brevemente, allora, il laterale alla destra dello spettatore, l'altro straordinaria opera: il martirio di San Matteo.




E' un quadro sconvolgente per l'epoca, nel quale Caravaggio dà una seconda e ancora migliore dimostrazione dell'incredibile salto di qualità fatto a cavallo tra il 1599 e il 1660, passando da quadri con poche figure, intensissime, a raffigurazioni estremamente complesse, piene di personaggi, di crudele realismo e dinamismo quasi cinematografico.
La Vocazione è ancora un "flash" di un momento topico, la chiamata, la mano verso Levi, ancora pubblicano ma "rapito" da Cristo per divenire Matteo e apostolo, lo stupore dei "bravi", la distrazione del cittadino intento ancora a contare i soldi della gabella da pagare e dell'anziano funzionario che controlla meticolosamente.
Il Martirio è una scena cupa, drammatica, piena di movimento e di stati d'animo contrapposti, che lascia l'osservatore incantato e turbato.
Caravaggio rappresenta, senza nessun indugio, senza alcuna ipocrisia, più che un martirio, un vero e proprio omicidio. Ci fa assistere non alla beatificazione derivante dal dolore, con le pose spesso plastiche ed i volti rassegnati dei martiri, molte volte rappresentate dalla pittura precedente. Guardiamo un anziano uomo, per terra, già ferito da un primo fendente dell'aggressore, un fortissimo soldato che si erge come un gigante (molto michelangiolesco, inteso come Buonarroti), forte, inesorabile. Con un impeto irrefrenabile, l'assassino si prepara ad assestare il colpo finale a Matteo, tenendolo forte per il braccio spingendolo per terra e immobilizzandolo: una scena che Caravaggio, avvezzo a duelli e a scontri per strada, ha visto molte volte e probabilmente anche provato di persona e che ci presenta in tutta la sua rudezza.
L'omicida è un soldato del re di Etiopia, Irtaco. Questi era succeduto al trono al fratello Egippo, deceduto. Anni prima, Matteo aveva fatto risorgere dalla morte la figlia di Egippo, Ifigenia, convertendolo al cristianesimo. Irtaco, divenuto re, voleva Ifigenia in moglie e pretese da Matteo sostegno all'incestuosa unione. Matteo rinviò ad una predica del sabato successivo la sua risposta, che fu durissima: mai Ifigenia sarebbe andata in sposa ad Irtaco, anche perchè si era votata alla sola devozione e al solo amore in Dio.
Ad un cenno di Irtaco, che il quadro non riporta, il soldato, nascosto tra i catecumeni e come questi coperto solo da un perizoma (gli altri catecumeni sono le monumentali figure a sinistra e destra del quadro che si reggono per terra sorpresi dall'azione del soldato) si alza e colpisce Matteo.
Intorno a questa terribile scena, un vortice dinamico. Il chierichetto a destra scappa terrorizzato, a braccia e gambe levate ed il suo urlo di orrore sembra davvero di sentirlo. A sinistra, un popolo (come sempre vestito con abiti contemporanei al Merisi), guarda, si stupisce, si addolora, ma resta fermo, inerte, non interviene per cercare di fermare l'assassinio. E a distanza un volto addolorato, guarda rassegnato la tremenda scena mentre abbandona il tempio: è l'autoritratto di Caravaggio, che mostra la sua visione pessimistica del mondo e dell'uomo, accentuata dal formidabile chiaro-scuro del quadro, che rende le figure quasi tridimensionali, potenti, statuarie.
Chiude la scena terribile la consolazione della salvezza in Dio: l'angelo che irrompe dal cielo sulle nuvole e consegna a Matteo la palma del martirio mettendola nella mano il cui polso è stretto nella presa ferrea dell'omicida.
Gianni Papi, nel volume Caravaggio (collana Gli illustrati del Corriere della Sera) ipotizza che il Merisi si sia ispirato, per la composizione della scena, al Miracolo dello schiavo di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (1548, Venezia, Galleria dell'Accademia):


Non vi è dubbio che i richiami sono molti, come in particolare san Marco che scende dall'alto, come l'angelo del quadro di Caravaggio, e la posa del soldato sulla destra, oltre che la dinamica della scena.
Che tra Tintoretto e Caravaggio vi sia una linea di continuità ormai molti lo sostengono, ad avvalorare l'ipotesi, ancora ad oggi però non provata da fonti, di una sosta non breve del Merisi a Venezia, dove si sarebbe impadronito delle tecniche di colore dei maestri veneziani e del gusto rappresentativo, per superare il pragmatismo della pittura lombarda ed esaltare il tutto nella sua personale straordinaria pittura, che segna l'intero '600.


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